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Rifiuto genitoriale e danni neuropsichici – Michele Piccolin -Bolzano 20.11.2025

Grazie, grazie mille Caterina. Grazie a tutti voi per essere presenti in questa giornata così importante su un tema così delicato. Ringrazio anche i relatori che mi hanno preceduto, i quali hanno illustrato in maniera magistrale la questione e hanno fatto riferimento al problema dei danni in cui incorrono i minori nelle situazioni di rifiuto genitoriale indotto. Molto spesso si cerca di evitare interventi drastici, senza comprendere appieno i danni che ne derivano. Questo intervento intende approfondire nel dettaglio tale tematica.
Il rifiuto, come già spiegato meglio dai relatori precedenti, si manifesta nella sussistenza di condotte oggettivamente abnormi. Nel caso di un minore che, per ridurre lo stress emotivo derivante dal conflitto genitoriale, decide di ritirarsi, quasi stanco di entrambi i genitori. Nell’ultimo caso, quello dell’alienazione genitoriale, si è già discusso del patto di lealtà e delle dinamiche di schieramento che spingono il minore ad allearsi con uno o con l’altro genitore.
Non importa che sia la madre o il padre: ciò che rileva è il sistema. Si è creato un importante dibattito, come accennava il professor Camerini, sulla PAS (Parental Alienation Syndrome), ovvero se esista o meno questa sindrome da alienazione genitoriale. La questione è acclarata: ad oggi non esiste questa sindrome come malattia. Infatti, mi rifaccio a quanto dichiarato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia, che afferma come, indipendentemente dallo statuto scientifico di tale sindrome, i tentativi di strumentalizzare la relazione con uno o più minori da parte di un genitore a danno dell’altro rappresentino un’esperienza professionale riscontrata sia dagli psicologi forensi, specialmente nei procedimenti di affido ad alta conflittualità, sia dai colleghi che si occupano di clinica e psicoterapia. Non esiste quindi la PAS, ma esiste la PA, cioè l’alienazione parentale come fenomeno. Questo può essere ricondotto anche a specifici atti illeciti.
Già nel 2020 il Ministro della Salute faceva riferimento a questo fatto. Non esiste la PAS, ma esiste assolutamente un grave fattore di rischio per lo sviluppo psicologico del minore, rappresentato da separazioni litigiose e conflittuali che spingono, in maniera più o meno diretta, il minore ad allearsi con l’uno o con l’altro genitore.
Come ha spiegato il professor Camerini, tale situazione può essere diagnosticata senza bisogno di ricorrere alla diagnosi di alienazione genitoriale o sindrome da alienazione genitoriale. Esistono già diagnosi relative agli effetti negativi del disagio relazionale dei genitori sul bambino, riconosciute dal DSM, che indicano problemi neuropsichici dovuti a queste relazioni. Non si descriveranno ulteriormente i singoli meccanismi dell’alienazione parentale, che è un comportamento e non una sindrome psicopatologica. Essa è definita, nella slide americana, come una guerra psicologica tesa alla distruzione del rapporto tra un genitore e un bambino.
I danni si creano su due ordini. Il primo ordine minaccia le dinamiche di attaccamento. L’attaccamento è il legame che si costituisce progressivamente tra il bambino e il genitore (caregiver) e che viene interiorizzato dal bambino come modello operativo interno. Sulla base di come vede comportarsi la mamma, il papà o il genitore di riferimento, il bambino interiorizza schemi di rappresentazione interna sui quali basa le modalità relazionali e le aspettative relative alle risposte e ai comportamenti altrui. Questo è fondamentale perché determina il modo in cui si percepisce la realtà e si costruiscono le aspettative verso gli altri. È stato chiaramente definito che i gradi di sicurezza, stabilità e prevedibilità dei legami relazionali del bambino con i genitori influiscono radicalmente sul tipo di sviluppo psicoemotivo e affettivo-relazionale del minore. Una cosa sono le dinamiche positive e amorevoli: la qualità non dipende tanto dalla struttura o dalla composizione della famiglia, quanto da ciò che accade all’interno delle dinamiche di attaccamento familiare. Questa è la differenza fondamentale.
Se si rompono i legami di attaccamento, è possibile provocare danni anche se l’interruzione avviene in qualsiasi stadio dello sviluppo, dagli zero anni fino all’età adulta. Tali danni sono noti: l’essere umano ha documentato abbondantemente le conseguenze neuropsichiche derivanti da orfanezza o vedovanza. Si tratta di situazioni in cui la perdita, la rottura improvvisa, gravosa e traumatica di un legame produce danni neuropsichici.
La lingua italiana non possiede una parola specifica per definire la condizione del genitore che perde un figlio, fenomeno che alcuni colleghi di orientamento psicodinamico attribuiscono alla profondità del dolore, tale da impedire persino la nominazione di questa esperienza. Quando un’interruzione di questo tipo viene indotta artificialmente, configura una forma di maltrattamento emotivo, come già evidenziato dai relatori precedenti.
Queste rotture dei legami di attaccamento generano conseguenze di primo ordine, che possono manifestarsi nel breve, medio, lungo o lunghissimo termine. Poiché i legami di attaccamento costruiscono progressivamente l’individuo, la loro privazione o la denigrazione di uno dei poli del legame produce significative difficoltà evolutive. Non sorprende quindi l’emergere di sintomi quali scoppi di rabbia, senso di colpa, problemi di controllo degli impulsi, scarsa fiducia, fobie, disturbi del sonno e ideazioni suicidarie.
In situazioni pluriennali di alienazione genitoriale o rifiuto genitoriale, può verificarsi un ulteriore danno: il ragazzo o la ragazza, divenuti adulti, realizza attraverso una verifica interna che le idee inoculate non erano oggettive. Ciò può portare a una ribellione anche contro il genitore precedentemente percepito come unica fonte di sicurezza e verità, aggravando il quadro psicopatologico. Tali danni superano ampiamente la sofferenza temporanea eventualmente associata a interventi volti a riequilibrare una situazione genitoriale disfunzionale.
Particolare attenzione merita la ricerca di Fidler e Balla (2010), che evidenzia conseguenze a livello neurocognitivo. Oltre a sintomi emotivi e relazionali (ansia, depressione, senso di colpa), emergono alterazioni quali ridotta capacità di valutazione oggettiva della realtà, percezioni cognitive e operazioni logiche distorte. Minori esposti per mesi o anni a narrazioni contraddittorie sviluppano gravi contraddizioni interne, difficoltà nell’elaborazione delle informazioni e percezioni interpersonali inaccurate, distorsioni che tendono a persistere nell’età adulta, compromettendo il funzionamento intellettuale complessivo.
L’autostima risulta parimenti danneggiata da messaggi incoerenti, quali l’attribuzione al minore di decisioni eccessive (“decidi tu se vuoi andare dalla mamma o dal papà”), che favoriscono un’onnipotenza illusoria. Questo meccanismo ostacola lo sviluppo della capacità di accettare regole e limiti, aumentando il rischio di comportamenti impulsivi, imposizione della propria visione e disprezzo delle norme sociali e dell’autorità, con possibili ricadute nel campo penale.
Lo schema riassuntivo delle difficoltà include: alterata regolazione delle espressioni emotive, compromissione dello sviluppo cognitivo, autostima non realistica e deficit nel supporto fisico-emotivo.
Oltre ai traumi puntiformi (incidenti, aggressioni, eventi terrifici), è rilevante il concetto di “atmosfera traumatica” (Werkolk): un contesto di microtraumi relazionali ripetuti, umilianti e accumulati nel tempo, che non raggiungono l’intensità di un singolo evento acuto ma generano uno stato persistente di allarme e discomfort, sfociando in risposte posttraumatiche croniche.
È necessario aggiungere una postilla per comprendere come i traumi psichici relazionali e l’atmosfera traumatica domestica, in ambienti familiari altamente disfunzionali, entrino nel corpo e inducano malattie, oltre ai disturbi psicopatologici già citati dal DSM. Il cervello recepisce tali informazioni attraverso lo stress, una risposta psicofisica specifica che attiva reazioni regolative di tipo neuropsichico, emotivo, ormonale e immunologico.
In presenza di stress minimo positivo, come perdere una partita di pallone, accompagnato da adeguato sostegno genitoriale (buffering), si verifica un rapido recupero. Quando l’evento diventa più impattante, ad esempio la morte di un genitore, rimane tollerabile se supportato da adeguato sostegno esterno, producendo ricadute neuropsichiche variabili con esiti più o meno negativi a seconda dei casi.
Nel caso di stress tossico, invece, caratterizzato da esplosioni o esposizioni croniche di neuroormoni, soprattutto in assenza di buffering, aumenta notevolmente la probabilità di disturbi psicofisici. L’attivazione cerebrale, mediata dall’amigdala, valuta pericoli ambientali e attiva il sistema nervoso autonomo (simpatico, parasimpatico ed enterico), il sistema neuroendocrino con produzione di cortisolo. Quest’ultimo può inibire la sintesi del DNA, ridurre l’ormone della crescita e il testosterone, promuovere catabolismo muscolare e osseo, alterare la distribuzione adiposa e influenzare il sistema immunitario.
Studi del 2015 hanno dimostrato che i vasi linfatici meningei collegano direttamente il sistema immunitario al cervello, permettendo agli stati psicologici (solitudine, paura, ma anche gioia e amore) di modulare la risposta immunitaria ed endocrina, con effetti diretti sulla salute fisica. Questo rappresenta il collegamento mente-corpo.
Un ulteriore meccanismo coinvolge il microbiota intestinale: lo stress cronico induce disbiosi, indebolisce la barriera intestinale e favorisce infiammazioni croniche correlate ad Alzheimer, Parkinson e disturbi dell’umore. L’immersione prolungata in conflittualità genitoriale grave non produce solo sofferenza immediata, ma ricadute sistemiche sui sistemi immunitario e gastrointestinale, configurando il modello della psiconeuroendocrinoimmunologia.
Il cortisolo è neurotossico e riduce le ramificazioni neuronali. L’esposizione cronica a stimoli stressanti altera duramente la neuroarchitettura cerebrale, come dimostrato da studi su veterani e minori in condizioni di abbandono estremo. Immagini di TC encefaliche mostrano riduzioni volumetriche, ampliamento ventricolare e differenze strutturali rispetto a controlli sani. Simili alterazioni emergono negli EEG di minori istituzionalizzati, con ridotta attivazione cerebrale rispetto a contesti stimolanti, influenzando performance scolastiche, lavorative e adattive future.
Un fattore cruciale è il timing: i periodi critici e sensibili dello sviluppo (sensoriale, linguistico, cognitivo superiore) rendono il cervello più vulnerabile a esperienze avverse infantili (ACEs), inclusa l’alienazione genitoriale grave, che induce rifiuto emotivo e lutto. Tali esperienze interagiscono con la vulnerabilità genetica e alterano lo sviluppo cerebrale a livello neurochimico, elettrico e architettonico, colpendo particolarmente ippocampo (memoria), amigdala (iperattivazione di minaccia) e corteccia prefrontale (ridotta funzione esecutiva). Ne derivano maggiore impulsività, reattività attacco-fuga, rischio di comportamenti criminali, abuso di sostanze, problemi gastrointestinali, obesità, difficoltà scolastiche-lavorative, povertà e trasmissione intergenerazionale.
Le persone esposte a traumi mostrano, tra l’altro, 15 volte maggiore probabilità di suicidio. Sebbene il DSM offra categorie come disturbo dell’adattamento, ansia o attaccamento reattivo, più facilmente quantificabili in perizia, risulta complesso valutare l’impatto a lungo termine sulla traiettoria vitale. Emerge così la categoria del disturbo traumatico dello sviluppo, non presente nel DSM, che integra sintomi di PTSD, borderline e depressivi, rappresentando il rischio maggiore per minori in gravi situazioni di alienazione e rifiuto genitoriale, con gravità scalare.