Grazie anche per aver avuto l’opportunità di conoscere questa vostra bella associazione, per cui è un piacere essere qui. Mi ha già introdotto la presidente dell’Ordine di Bolzano.
Desidero condividere due cose associate al tema di cui parliamo oggi. Insegno all’Università e confermo che anche i ragazzi più grandi presentano una serie di tematiche associate. Sebbene siamo particolarmente interessati ai ragazzi più giovani, e nella presentazione di oggi parleremo principalmente di adolescenti che richiedono una tutela particolare a causa della loro fase di sviluppo più delicata, io insegno all’Università di Milano, dove coordino e sono responsabile di un servizio di psicologia clinica che lavora in modo trasversale all’interno dell’ospedale, sui diversi reparti. Come diceva prima il collega, queste tematiche noi le vediamo quotidianamente nei vari reparti, nei servizi, negli ambulatori di psicologia clinica e psichiatria, sicuramente nel pronto soccorso e, come si diceva prima, anche nelle specialità mediche cominciamo a vedere gli effetti.
Banalmente in oculistica osserviamo l’effetto di stare costantemente con lo sguardo ravvicinato, con il focus sugli schermi; piuttosto che, banalmente in ortopedia, cominciamo a vedere i primi effetti a livello di aspetti specifici ortopedici dovuti ad avere la nostra vita molto concentrata in relazione agli schermi. Lo dico perché sono due osservatori sicuramente importanti sui temi su cui stiamo lavorando oggi. Sono inoltre presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e, come Consiglio Nazionale, dirigo un coordinamento sul tema dell’intelligenza artificiale e della psicologia digitale.
Mi piace presentarmi, ma ancora di più sapere chi ho di fronte in genere come uditori. Chiedo quindi: quanti sono gli psicologi in aula? E gli insegnanti? Giustamente abbiamo una percentuale maggiore di insegnanti, cosa che mi fa molto piacere.
Noi come psicologi, dico solo questo, vediamo che il tema dell’intelligenza artificiale sta impattando moltissimo nella nostra professione. Questa prima slide la potevo anche evitare perché è il motivo per cui sono qui e siamo qui, e per cui è stata organizzata questa due giorni di lavori. L’intelligenza artificiale è uno degli aspetti che sta trasformando di più la nostra società e noi stessi. Tuttavia, volevo sottolineare la rapidità con cui lo sta facendo. Se ci fermiamo a pensare, di fatto è dal 2023 – sono due anni, andiamo verso il terzo – che abbiamo l’intelligenza artificiale a disposizione di tutti. Io, per esempio, ho avuto un’esperienza fortunata: già al primo anno di università, andando indietro di vent’anni, avevo un corso opzionale di intelligenza artificiale, che era ancora una cosa molto rara e poco diffusa in Italia, mentre cominciava a esserlo di più negli Stati Uniti.
Invece noi, a livello divulgativo e di accesso per tutti, abbiamo l’intelligenza artificiale da due-tre anni, prevalentemente con l’avvento di ChatGPT e di altri sistemi che hanno reso possibile l’accesso. Un tema centrale è proprio la rapidità: questa diffusione più che essere stato un processo è stato qualcosa che è accaduto sostanzialmente senza avere la possibilità – o meglio, stiamo cercando di rincorrere la velocità con cui sta accadendo. È qualcosa che ci ha posto di fronte a una realtà nuova, una realtà molto impattante nel giro di pochissimo tempo.
Perché parliamo di chatbot? Dopo il scontato che quando parliamo di chatbot sappiamo tutti di cosa parliamo, prendiamo come esempio ChatGPT. Questi sistemi con cui è possibile entrare in chat e confrontarsi attraverso bot di chat.
Perché ne parliamo? Perché circa il 64% degli adolescenti (le percentuali variano leggermente da ricerca a ricerca) usa questi tipi di chatbot, e circa il 30% li usa ogni giorno. In realtà probabilmente sono ancora sottostime. Quello che ci interessa è che, per quanto riguarda gli adolescenti, questi spazi si intrecciano con la loro crescita: non sono più solo degli strumenti come poteva essere, per esempio, la calcolatrice, qualcosa che si prende nel momento in cui se ne ha bisogno. I ragazzi sono talmente immersi in queste nuove realtà che di fatto esse incidono sui loro processi di crescita, sui loro processi di sviluppo e questo incide anche sulla costruzione della loro identità e sul loro sviluppo, in modo particolare dal punto di vista emotivo, ma in realtà non solo, anche dal punto di vista cognitivo.
Questo ci impone, come Ordine degli Psicologi a livello nazionale e regionale, di interrogarci sempre di più su come tutelare questa fascia importante della nostra popolazione – bambini e adolescenti – rispetto a questa tematica.
Pochi giorni fa, a febbraio, c’è stato l’Internet Safety Day, una giornata dedicata all’uso sicuro dell’accesso al digitale. È stata fatta un’indagine condotta da Ipsos in collaborazione con Telefono Azzurro, i cui risultati sono stati presentati all’Università Bocconi di Milano. Questa indagine ha messo in luce alcuni aspetti particolarmente interessanti: i chatbot non sono più strumenti occasionali, ma fanno parte dell’ecosistema relazionale digitale degli adolescenti, parte dell’ambiente in cui loro vivono. Il 74% dichiara di conoscere ChatGPT, il 75% afferma di utilizzarli, il 35% li include tra le attività online più frequenti. Anche qui confermiamo un uso massivo e diffuso trasversalmente.
Interessante vedere quali sistemi di intelligenza artificiale usano più spesso: ChatGPT, Gemini, Meta AI e altri, con percentuali minori. Il più alto in assoluto è ChatGPT, con l’83%. Ancora più interessante è osservare per quali attività li utilizzano: per studiare o fare ricerche (59%), un uso strumentale. Qui abbiamo uno strumento che aiuta, come la calcolatrice, ma bisogna vedere come viene utilizzato. Per fare i compiti, per approfondire. Stiamo ancora all’interno di quell’ambito come motore di ricerca, che sostituisce internet. Quando ho bisogno di un consiglio, per risolvere problemi pratici, per divertimento, per creare immagini, quando mi sento annoiato, quando mi sento solo. Queste ultime motivazioni tendono a diminuire come percentuale di risposta. Le prime sono relegate al mondo scolastico, mentre successivamente emerge anche un uso relazionale.
Per quale motivo ti rivolgi a un chatbot? Curiosità, sperimentazione – una funzione importante dell’adolescenza. Un luogo per ricercare, sperimentare. Mi dà ottimi consigli, non mi sento giudicato – tema che vedremo ricorrere molto spesso – mi aiuta a sentirmi meno solo, non ho un’altra persona a cui chiedere. Mi sento a mio agio con una persona e non ho mai instaurato l’interazione personale con i chatbot, tuttavia con una percentuale in realtà alta del 38%. Chi lo usa lo fa per le motivazioni sopra indicate, ma per quanto riguarda un’interazione personale abbiamo comunque una percentuale ancora significativa.
Questa è una chiave molto importante nell’approcciare il tema. Molto importante è anche questa domanda: che rischi vedono i ragazzi rispetto a questo utilizzo? È stato chiesto: che rischi vedi? Che tipi di effetti negativi secondo te possono essere riconosciuti nell’uso dei chatbot? I ragazzi indicano: riduzione del pensiero critico (avere un materiale già rielaborato diminuisce la possibilità di ragionare criticamente); riduzione delle relazioni sociali con persone reali; possibilità di confusione tra realtà e finzione; dipendenza; diffusione di informazioni errate; rischi per la privacy. Solo il 10% ritiene che non ci siano effetti negativi.
Questi sono dati interessanti perché il tema dell’incontro tra intelligenza artificiale e adolescenti (e bambini in modo particolare) ci interessa ed è un tema che deve stare al centro della nostra attenzione. Questi utenti, a differenza degli adulti, sono utenti non neutri: sono persone che si stanno sviluppando, la cui identità e formazione è in costruzione. C’è un tema anche dal punto di vista dello sviluppo neurobiologico: da un lato una maturazione ancora incompleta fino ai 20 anni e oltre (fino ai 23-24 anni) delle strutture cerebrali, in particolare delle funzioni esecutive (pianificazione, programmazione), e dall’altro un’ipersensibilità alla ricompensa, alla ricerca della novità, all’impulsività. Abbiamo quindi un terreno molto delicato all’interno del cervello degli adolescenti, che richiede un’attenzione più dedicata e mirata a questa fascia di popolazione.
Ho riassunto tre ambiti su cui impattiamo. Dal punto di vista cognitivo: maggiori difficoltà di sonno, impulsività e irritabilità, minore tolleranza alla frustrazione, riduzione del gioco non strutturato, aumento dell’erosa e dell’attivazione cerebrale, riduzione della capacità di attenzione sostenuta, ricerca di gratificazione immediata, attivazione continua del circuito della ricompensa, difficoltà nella gestione dell’attesa e della noia.
Dal punto di vista della regolazione affettiva, i chatbot vengono utilizzati per sfogarsi emotivamente, per avere compagnia, per colmare la solitudine, per gestire stati ansiosi, stress o altre difficoltà mentali, sostanzialmente come strumento di autocura. I ragazzi intervistati sottolineano che uno dei temi centrali è che il chatbot è sempre disponibile, non è giudicante e sono progettati per essere particolarmente accomodanti e rinforzanti.
Per quanto riguarda salute mentale e intelligenza artificiale, un’indagine del 2025 indica che il 42% degli adolescenti italiani si rivolge all’intelligenza artificiale per chiedere aiuto quando è triste, ansioso o per prendere decisioni importanti nella vita. Ci sono rischi evidenti nel cercare risposte su tematiche di relazione ed esistenziali all’interno di sistemi artificiali: rischio di sviluppare dipendenza, rischio di isolarsi rispetto alla realtà.
Ho voluto portare due esempi estremi. Il primo riguarda la dimensione sentimentale: la celebrazione di un matrimonio simbolico in Giappone tra una giovane e un personaggio virtuale creato tramite chatbot. La ragazza spiegava che inizialmente era qualcuno con cui parlare, poi si era resa conto di provare sentimenti. Conversazione continua, presenza costante, risposte personalizzate, apprendimento del chatbot per rispondere in modo più gratificante, assenza di rimproveri e giudizio.
Uno studio dell’azienda Joi del 2025 su 2000 giovani della Generazione Z riporta che l’80% sposerebbe un’intelligenza artificiale se fosse possibile, l’83% ritiene possibile formare un legame emotivo profondo con l’AI e il 75% pensa che i partner AI potrebbero sostituire completamente la compagnia umana. Pur considerando questi dati in parte estremi, essi ci dicono che per le nuove generazioni la possibilità di avere relazioni con sistemi di intelligenza artificiale è qualcosa di concretamente pensabile.
Altro aspetto drammatico è il caso di un ragazzo che, dopo mesi di interazione con un chatbot (Character.AI), si è suicidato. Il sistema non ha percepito la gravità della situazione, non ha attivato protocolli di sicurezza e ha fornito istruzioni su come suicidarsi. Non è l’unico caso. Questo ha portato a maggiore attenzione, azioni legali e implementazione di sistemi di tutela.
Stiamo assistendo a una crescita della normativa di tutela. In Europa abbiamo il GDPR e l’AI Act del 2024, che entrerà pienamente in vigore nel 2026. Vari paesi europei (Spagna, Francia, Inghilterra) stanno introducendo normative più specifiche per limitare l’età di accesso e definire cosa è pericoloso.
Il punto importante per tutti noi educatori e insegnanti è: quanto dobbiamo controllare? Quanto le normative devono essere basate su divieti? Il dibattito si concentra su parental control, age verification, ma l’innovazione tecnologica va più veloce dei divieti. I divieti imposti senza condivisione rischiano di essere aggirati.
Cosa funziona nella prevenzione? Sviluppare pensiero critico nei ragazzi, creare consapevolezza, favorire esperienze concrete e tempo lontano dagli schermi, il ruolo centrale dell’adulto attraverso presenza, ascolto e modeling. Il passaggio dalla logica del divieto alla responsabilità condivisa è fondamentale.
Nelle scuole si gioca molto dei prossimi anni della salute mentale dei ragazzi. È necessario costruire conoscenza su come funzionano questi sistemi, a partire dagli insegnanti e dagli adulti, proporre un utilizzo sano e tenere aperto un dialogo con i ragazzi. Ci sono già segnali di controtendenza, con tentativi di disintossicazione dai dispositivi.
Il messaggio finale è che non possiamo tornare indietro – e nessuno di noi probabilmente lo vuole – perché tutti godiamo dei benefici di queste evoluzioni. Dobbiamo però lavorare in modo congiunto per definire cosa possiamo utilizzare in modo sano di questa strumentazione e su cosa dobbiamo avere tutela e attenzione.
Grazie.
