Ho preparato alcuni spunti. La prima cosa che mi ha colpito di questa slide è la data: 2013. Mi ha fatto capire che sono dieci anni che mi occupo del tema delle dipendenze digitali. Nella foto sopra vedete Papa Ratzinger nel 2005. Quando hanno eletto Papa Francesco nel 2013, erano passati otto anni. Le altre due foto sono concerti: guardando le immagini si nota una profonda differenza nel tessuto sociale. Questo dimostra che siamo diventati un gregge. Il 2007 segna l’avvento di Facebook: prima non esisteva. Sono passati vent’anni. Il primo libro sulla dipendenza da internet è uscito nel 2010, si intitola *Dysfunktionale Internet- und PC-Nutzung*.
Sono quindi dieci anni che esistono ricerche e discussioni sull’esistenza o meno di una dipendenza da internet. In questi anni sono successe cose che hanno cambiato i paradigmi nel campo delle dipendenze, che è il settore in cui lavoriamo. Oggi abbiamo a che fare con dipendenze comportamentali per le quali il principio tradizionale dell’astinenza non è applicabile: non posso chiedere a una persona di essere astinente dall’internet se ne ha bisogno per pagare le bollette o per esercitare la professione di psicologo.
Dal DSM-5 abbiamo capito che possiamo essere dipendenti da tutto. Forse in futuro sarà più adeguato parlare di “disturbo del consumo” piuttosto che di dipendenza, perché una dipendenza da occhiali non è una vera dipendenza. Dobbiamo anche rivedere il concetto di astinenza come opposto della dipendenza: l’opposto della dipendenza è una relazione funzionale, non tossica. È la relazione funzionale che mi motiva eventualmente a interrompere un consumo, se ne vale la pena per quella relazione.
Abbiamo un nuovo fenomeno: da una parte la sovrastimolazione, dall’altra la noia. Chi si alimenta tutto il giorno di input digitali (o “M&M”, come vogliamo chiamarli) trova ovviamente noioso tutto il resto. Sappiamo che la dopamina rilasciata dai social media è molto superiore a quella prodotta da un buon voto a scuola, e questo incentiva l’abbandono scolastico. La mia utenza è proprio questa. Inoltre, si registrano reazioni aggressive e impulsive quando viene interrotto un flusso dopaminergico, un po’ come un *coitus interruptus* dopaminergico.
Questo aspetto è molto importante. Nel mio lavoro degli ultimi anni si parla continuamente di procrastinazione: giovani che rimandano decisioni, che non prendono impegni. Mi viene in mente un esempio: la nostra generazione (più o meno Generazione X) in adolescenza viveva in un labirinto. Tutti gli adolescenti si svegliano in mezzo a un labirinto con quattro strade da scegliere e provano ansia perché temono di prendere quella sbagliata. I ragazzi di oggi invece non crescono in un labirinto, ma in un deserto. Se ti svegli in mezzo al deserto senza alcuna indicazione di vie possibili, cosa fai? Rimani fermo.
Questa è in parte la situazione della generazione cresciuta con i social media. Viene continuamente stimolata sulla diversità, sull’inclusività, sul “tutto è possibile”. Come diceva Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano che vive in Germania, la libertà diventa una costrizione: se oggi fallisci è solo colpa tua. Una volta il fallimento poteva generare ribellione; oggi genera depressione, perché contro chi ti ribelli se non hai successo?
Siamo tutti connessi, ma come hanno mostrato i dati della dottoressa Di Mattei, la solitudine è un grande tema del presente e del futuro. La teoria dell’attaccamento (Bindung) e la connessione (Fair Bindung) sono centrali. Al di là di questo, non mi soffermo sulla teoria dell’ossitocina, l’ormone del benessere che si produce con gli abbracci e il contatto fisico. Questa parte della comunicazione va completamente persa su internet. Dieci anni fa avevamo gli smiley, il cuore, il pollice in su; oggi abbiamo una vastità di emoticon proprio per cercare di simulare pseudo-emozioni attraverso la comunicazione digitale.
Parliamo ora dei cinque tipi di dipendenza da internet:
1. **Social networking addiction** – già ampiamente trattata. Il confronto sociale è particolarmente importante nell’adolescenza e ha un grandissimo impatto.
2. **Online shopping addiction** – chi compra su Amazon o piattaforme simili conosce il meccanismo: “chi ha comprato questo ha comprato anche quello”, “ti conviene prenderlo subito”. Sappiamo che il 70% dei prodotti acquistati su Amazon viene restituito. L’atto del comprare è più gratificante del possesso stesso. Ho pazienti che si sono comprati quattro droni o quattro motoseghe solo perché “era lì”.
3. **Online gambling addiction** – sostanzialmente il gioco d’azzardo patologico trasferito nel mondo digitale. Ho un paziente che doveva attraversare la valle per andare alla sala giochi; la cassiera gli ha suggerito di scaricare l’app. Ovviamente l’ha fatto.
4. **Online pornography addiction** – tema sempre più presente. Il problema è il consumo, non più una dimensione relazionale. Questo genera aspettative irrealistiche nelle relazioni sentimentali. Le attrici e gli attori porno sono probabilmente le migliori attrici del mondo: tutti sembrano divertirsi davvero.
5. **Gaming disorder** – l’unico ufficialmente riconosciuto dall’OMS. La definizione è molto simile a quella dell’alcolismo: perdita di controllo per almeno 12 mesi con compromissione significativa del funzionamento personale, familiare, sociale, educativo o lavorativo. A livello cerebrale non cambia molto tra gaming, shopping o pornografia.
Le ragazze sono più penalizzate sui social a causa delle pressioni sociali e delle aspettative di genere. Il 25% delle ragazze di 15 anni dichiara di sentirsi sola (13% tra i ragazzi). Questi sono fattori di rischio per depressione, ansia, autolesionismo e disturbi del sonno (33% degli adolescenti europei ne soffre). Il 44% delle ragazze di 15 anni dichiara di avere un contatto costante con le amiche online.
Nel nostro servizio Young Hands, nel 2019 avevamo 48 pazienti; l’anno scorso siamo arrivati a 125, di cui oltre la metà (62%) per dipendenze digitali. I ragazzi possiedono smartphone personali già dai 6-7 anni (25%). Tra i 12 e i 19 anni la percentuale sale al 99%. L’accesso a internet in camera è fortemente sconsigliato.
Le caratteristiche tipiche della nostra utenza sono: forte ritiro sociale, amicizie analogiche scarse, marinatura della scuola, problemi psicosomatici, comunicazione familiare aggressiva, prospettive future poco chiare, trascuratezza dell’igiene personale e dell’ambiente. I temi psicoterapici principali ruotano attorno alla regolazione emotiva. Utilizziamo molto la DBT (Dialectical Behavior Therapy), che funziona particolarmente bene con questi ragazzi.
Fino ai 14 anni consiglio di lavorare principalmente con i genitori, perché si tratta di una questione educativa.
Il concetto di interpassività
Tutti conosciamo l’interattività. L’interpassività è un concetto di Robert Pfaller (austriaco) nato negli anni ’70 nell’ambito dell’arte. Si verifica quando delego a un terzo un piacere o un’emozione e ne godo comunque. Esempio classico: ordino una birra, la faccio bere a un altro e esco soddisfatto.
Negli show televisivi americani le risate registrate ci dicono quando dobbiamo ridere. Le playlist di Spotify e Netflix, gli algoritmi, i reel di TikTok: è sempre il sistema che desidera al posto nostro.
Molti ragazzi non giocano, ma guardano altri giocare (live streaming). La pornografia è interpassività pura: guardo altri che fornicano e godo io. Guardiamo altri cucinare su YouTube e poi ordiniamo delivery. Ho rifiutato un robot tagliaerba perché tagliare l’erba è per me una forma di meditazione.
Stiamo entrando in una società interpassiva che delega tutto, anche grazie all’intelligenza artificiale.
Cambiamento nella comunicazione
Siamo abituati a una comunicazione orientata alla persona. Nella comunicazione uomo-macchina invece è orientata al processo. I chatbot ne sono l’esempio estremo: una ragazza di 16-17 anni preferisce un “boyfriend” chatbot perché “i ragazzi della mia età sono stupidi” e questo le dà sempre le risposte che vuole. Può addirittura modificare le risposte se non le piacciono. Questo forma narcisisti che non tollerano la frustrazione né le opinioni diverse.
Nelle famiglie si allarga lo stesso meccanismo: si delega al servizio esterno ciò che prima si gestiva in casa. Un padre mi ha detto: “Lavoro 8 ore al giorno, secondo lei ho voglia di litigare due ore la sera con mio figlio per il cellulare?”.
Anche l’aumento delle diagnosi di ADHD può essere letto in questo quadro: non è detto che l’incidenza sia aumentata, ma le famiglie hanno meno risorse, meno tempo e meno energia per gestire i problemi e tendono a esternalizzarli ai servizi.
Questo è il contesto socioculturale in cui stiamo crescendo i nostri ragazzi.
