Introduzione al tema delle relazioni e tecnologia
Quello che analizzerò sarà un tema che secondo me è fondamentale per capire che cosa sta succedendo oggi, che è il tema delle relazioni. Quello che cercherò di raccontarvi nella mia molteplici esperienze di padre, di professore universitario, di psicologo e di esperto di scienze cognitive è il lavoro che abbiamo fatto negli ultimi anni all’interno del mio laboratorio – insegno in Cattolica – che si chiama YouMain Technology Lab. L’obiettivo del laboratorio è cercare di capire in che modo la tecnologia sta influenzando l’esperienza umana.
E uno dei fuochi su cui stiamo lavorando è sicuramente il tema delle relazioni. Se pensiamo alle relazioni, in effetti se ripensiamo alle battute che abbiamo ascoltato negli ultimi dieci minuti, ci accorgiamo che è un tema cruciale il nostro rapporto alla tecnologia. Quello che cercherò di raccontarvi oggi è secondo me come la tecnologia sta cambiando la nostra dimensione sociale.
Vorrei partire dall’inizio, cercarvi di riflettere su una delle definizioni che noi conosciamo bene, tutti sappiamo che gli uomini sono esseri sociali, però se pensiamo alla dimensione sociale ci accorgiamo che gli altri non sono tutti uguali. Se noi pensiamo alla nostra lingua, la lingua italiana, noi abbiamo tre diversi modi per riportarci agli altri. Abbiamo i loro, le persone più lontane da noi, i nemici, i cattivi.
Abbiamo i voi che condividono con noi una dimensione di base e poi ci sono i noi. Essere noi è sicuramente qualcosa di molto diverso. Quello che noi abbiamo cercato di fare all’interno del mio laboratorio negli ultimi anni è cercare di capire qualcosa di più sull’essenza del noi.
Cosa vuol dire essere noi? Perché è così importante essere noi? Ecco, uno degli aforismi che spiega meglio questa dimensione del noi è questo che probabilmente qualcuno di voi conosce, è molto popolare sui social, è un aforisma di Luciano de Crescenzo. Cosa ci dice Luciano de Crescenzo? Perché dobbiamo essere noi? Non possiamo essere un io e basta. Qui dice perché siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare soltanto restando abbracciati.
L’idea forte che c’è dietro il concetto di noi è che in realtà per poter essere di più di quello che siamo, per poter raggiungere il nostro pieno potenziale, non possiamo farlo da soli. Abbiamo bisogno di un altro. È un concetto che nella psicologia è abbastanza familiare.
Uno dei concetti che si trova nel mondo della psicologia ed educazione è l’idea della zona di sviluppo prossimale, che è uno dei cardini del pensiero Vigospiano. Cosa ci diceva il nostro amico Vigospi? Che se tu vuoi raggiungere il pieno potenziale formativo non ce la puoi fare da solo. Da solo puoi arrivare a un certo livello, ma se vuoi andare oltre, se vuoi veramente esprimere il pieno tuo potenziale hai bisogno di una persona che ti aiuti a farlo.
L’idea dello scaffolding, di un’impalcatura che ti aiuta a raggiungere il tuo pieno raggiungimento. L’idea che quindi per essere veramente noi stessi non possiamo essere soli. Ecco, questo è un concetto chiave che la psicologia ed ed educazione, la psicologia sociale conosce molto bene, ma che in effetti un po’ ci siamo dimenticati.
Differenza tra comunità e società
E qual è l’elemento interessante? Che questa differenza tra noi e loro noi la incontriamo anche nei gruppi sociali. Se noi pensiamo ai gruppi sociali di cui facciamo parte, ecco, diciamo tipicamente noi distinguiamo in due grandi macrocategorie. Ci sono i gruppi, i gruppi sono fatti da persone che noi frequentiamo tipicamente sporadicamente per motivi contingenti e poi ci sono le comunità.
Le comunità che invece rappresentano un luogo diverso, un posto dove troviamo persone che sentiamo vicine a noi, che hanno qualcosa di in comune con noi. Il sociologo tedesco Thorens, che è stato uno dei primi a riflettere su questi temi, distingueva tra comunità e società. Ecco, questa grande distinzione tra comunità e società che lui aveva costruito oltre due secoli fa, oggi è ancora valida.
E cosa ci diceva la sociologia? Ci diceva che in effetti la comunità è molto diversa dalla società. Quando noi viviamo in una comunità, viviamo con delle persone che sono come noi. Sono delle persone in cui abbiamo un legame, abbiamo un’identità sociale condivisa, con cui possiamo parlare, con cui possiamo condividere le idee.
E invece quando l’altro non è come noi, allora le cose cambiano. Mentre per chi è come noi non siamo disposti ad aiutarlo, a sostenerlo. Siamo disposti a rinunciare a una parte di noi stessi per poter, diciamo, essere vicino a lui.
Se invece l’altro è diverso, ancora peggio, è un nemico, lo vogliamo annullare. Nella comunità l’altro è un fratello. Nella società l’altro è un estraneo.
Ecco, questa distinzione fondamentale è importante anche per il nostro benessere. Non so quanti di voi conoscono questo studio, che secondo me è uno degli studi più interessanti. È lo studio fatto da alcuni colleghi all’Università di Harvard.
È uno studio longitudinale, perché uno dei problemi degli studi fatti da noi psicologi, come diceva prima l’amico Marco Gui, è che sono studi correlazionali, cioè che fanno cercare le correlazioni, ma non sono in grado di dire veramente quali sono gli effetti. Questo studio cosa ha fatto? Ha seguito per, da 1938 in poi, 700 persone in tutta la loro vita, chiedendogli, mese dopo mese, qual era lo stato del loro benessere. Ne è uscito questo libro, Lezioni sulla felicità, che è un libro che secondo me è interessante, o almeno se volete vedere il test che ha fatto il principale autore, Robert Waldinger, che in 12 minuti racconta il risultato di questo studio.
E cosa dice questo studio? L’idea era che, diciamo, la felicità, non di un minuto, ma di una vita, fosse legata a delle variabili esogene, tipo il successo professionale, la ricchezza, la fama, la cultura. Ma loro quello che hanno trovato è che il maggior predittore del benessere di una persona è la qualità delle relazioni. Essere in un noi è ciò che fa la differenza.
E’ uno studio veramente interessante, anche perché penso che sia l’unico al mondo che è durato quasi un secolo. E perché è interessante? Perché una delle cose che questo studio ha incominciato ad affrontare è cosa succede a un certo punto quando arriva la tecnologia.
Impatto della tecnologia sul benessere giovanile
Quanto usiamo la tecnologia? La usiamo tanto.
Questi sono i dati, diciamo, medi italiani. Quanto siamo collegati a internet? Quanto ci dice il tempo d’uso del nostro cellulare? La media italiana è 5 ore e 39 minuti. 5 ore e 39 minuti è l’attività maggiore che noi facciamo dopo il lavoro, dopo il sonno.
Non c’è nient’altro che noi facciamo di più nella nostra vita. 5 ore e 39 minuti. E qual è la cosa che abbiamo capito? E’ che in effetti questo uso della tecnologia non ha fatto particolarmente bene ai più giovani.
Il Ministro della Salute americana precedente, non Kennedy che c’è adesso, ma quello precedente che era stato nominato dall’amministrazione Biden, aveva fatto nel 2023 uno studio, un altro studio molto interessante, per cercare di capire che cosa succedeva all’assolutamente alle più giovani degli Stati Uniti. Lo studio pubblico si può ancora trovare sul sito del governo americano, lo studio del 2023. E cosa dice questo studio? Dice che in effetti i giovani, da quando c’è la tecnologia, stanno peggio.
Qual è il problema dello stare peggio? Che però non sappiamo il perché. Cioè quello che ci ha mostrato Marco Bui prima, è che in effetti studiare il rapporto tra benessere e tecnologia è complicato. Perché se lo usiamo un po’ non fa male, ma se lo usiamo tanto invece può essere un problema.
Quindi l’obiettivo è cos’è, qual è l’elemento dell’interazione con la tecnologia che in qualche modo fa passare dal benessere al malessere. Questo è un murales che ho visto all’Università d’Italia, l’ultima volta che sono andato all’Università d’Italia c’era questo murales che secondo me rappresenta un po’ la sfida dei giovani. Quando capirò di aver buttato i migliori anni dietro uno stupido cellulare sarà diventato ormai troppo tardi per poter rincominciare.
La vita vera, la vita reale è fatta d’amore, gioia e emozioni. Quella virtuale è di paura, stress e allucinazioni. L’esistenza è solamente un battito di ciglia e di un secondo.
Ma ricordati sempre che sei un essere unico di quanto bello il mondo. Questo secondo me trasmette profondamente l’idea. Quello che cercherò di raccontarvi in questi venti minuti, mezz’ora che ho a disposizione ancora è l’idea che secondo me il malessere oggi dei giovani sia legato ai cambiamenti nella dimensione relazionale generate dai social media.
L’idea di base è che oggi i social media, perché quello che ci ha mostrato Mark Wu, anche questo è interessante, che non è la tecnologia di per sé, ma la dimensione sociale che passa attraverso la tecnologia ad essere l’elemento veramente critico. Quindi quello che vi racconto è un po’ il lavoro che abbiamo fatto nel mio laboratorio negli ultimi cinque anni a partire dall’esperienza del Covid. La mia università, come tutte le università italiane, a un certo punto durante il Covid ha dovuto passare all’insegnamento a distanza.
E diciamo, non è stata per tutti un’esperienza positiva. Il 70% dei nostri docenti, l’80% dei nostri studenti ha detto che l’esperienza della didattica online è stata un disastro. Non tutti, il 20% in realtà era molto contento perché grazie alla didattica a distanza chi faceva il pendolare e doveva venire all’università da luoghi lontani in realtà aveva trovato la soluzione.
E noi ci siamo chiesti, che è un po’ quello che voglio raccontarvi adesso, se noi andiamo a vedere com’è strutturato il momento formativo, la lezione in aula, il docente, la classe, e ci accorgiamo che in effetti non è cambiata molto, pur con il cambiamento delle tecnologie. Se noi pensiamo all’agora degli antichi greci, che lì non c’era neanche il libro, in fondo il contesto era uguale. Se ci pensate, la lezione veniva in un luogo, c’era un maestro e c’era un gruppo di allievi.
E se pensiamo a un altro contesto, quello lavorativo, ci accorgiamo che in fondo non è così diverso. Anche lì abbiamo sempre un ufficio, un luogo. Abbiamo un capo e abbiamo un gruppo di colleghi.
E noi ci siamo chiesti, ma forse non è che questa configurazione dipende dal come è organizzato il nostro cervello. Non è che dipende dal modo con cui i sistemi neurobiologici che compongono il nostro cervello sono strutturati. E in effetti abbiamo scoperto di sì, è vero.
In effetti, questi meccanismi che sono alla base dei processi di comprensione nascono attraverso tre funzionalità di base del nostro sistema cognitivo.
Meccanismi neurobiologici e non-luoghi digitali
La comprensione avviene in un luogo fisico, e poi vi racconterò cosa vuol dire questo. Noi siamo qui, in questo momento, insieme all’interno di un luogo, una sala congresso.
Se noi fossimo a distanza, su Teams, su Meet, non sarebbe la stessa cosa. E poi c’è una delineazione viadica. Io sto parlando con voi, anche se io sono uno e voi siete tanti, in realtà io ho un contatto con ciascuno di voi, e questo contatto genera qualcosa dentro di voi.
In più c’è anche un effetto di gruppo. Il fatto che siamo tanti in questa sala produce un cambiamento nel nostro cervello. Ma cerchiamo di capire esattamente che cosa succede.
Ecco, una delle riflessioni che ha fatto per tanto tempo la psicologia sociale è quella di riflettere sul concetto di luogo. Che cos’è un luogo per la psicologia sociale? È uno spazio chiuso da confini. Questa sala congresso è un spazio chiuso da confini, è un luogo.
E cosa ha scoperto le neuroscienze negli ultimi decenni del nostro secolo? Un gruppo di neuroscienziati hanno scoperto, per caso, che all’interno del nostro cervello, prima l’hanno scoperto all’interno del cervello dei topi, che poi l’hanno scoperto anche all’interno del cervello umano, ci sono dei neuroni che si attivano in maniera specifica nei luoghi in cui noi andiamo. Questi neuroni inizialmente erano stati chiamati neuroni GPS, come il GPS che non abbiamo la nostra alta, perché si pensava che appunto l’obiettivo di questi neuroni fosse permetterci di orientarci nello spazio. I neuroni si accendono nel momento in cui ci troviamo all’interno dello spazio fisico.
In realtà, quello che hanno scoperto due neuroscienziati che poi hanno vinto il Primo Nobel per averlo scoperto, con Usimose, due neuroscienziati del 2014, hanno vinto il Primo Nobel della Medicina per questa scoperta, hanno invece dimostrato che questi neuroni sono fondamentali per la nostra memoria autobiografica. In pratica noi siamo i luoghi che frequentiamo. Siamo studenti perché andiamo a scuola, siamo lavoratori perché andiamo in ufficio, siamo tifosi perché andiamo allo stadio.
In pratica i luoghi sono degli organizzatori, in maniera strutturata, della nostra identità. Ciò che noi facciamo è ancorare ai luoghi i nostri ricordi e il nostro senso di chi siamo. Cosa succede se ci tolgono i luoghi? E l’abbiamo provato durante la pandemia.
Non siamo più noi. Fare il lavoro da casa. Io sono un insegnante, devo insegnare da casa, nella cucina di casa, perché nell’altra stanza c’è mia figlia che sta facendo contemporaneamente anche lei la didattica online, ma dall’altra parte della barricata.
Io sono ancora professore, sono molto meno professore, perché sono in una cucina, non sono più nella mia aula, mi sento molto meno. E cosa ci dice questo? Che una serie di ricerche fatte dopo la pandemia hanno dimostrato chiaramente che nel momento in cui noi usiamo Zoom, Meet, Teams e qualunque altra piattaforma online, noi non siamo in un luogo per il nostro cervello. Quindi cosa vuol dire? Vuol dire che queste riunioni che noi facciamo non riusciamo ad ancorarle alla nostra identità.
Facciamo un sacco di riunioni online ancora oggi, passiamo un sacco di tempo su Zoom, Meet, Teams, ma poi alla fine cosa ci rimane di quello? Non riusciamo ad ancorare questa esperienza digitale alla nostra identità. Tenete presente che un antropologo francese ha definito questa esperienza l’esperienza dei non-luoghi. È un concetto, secondo me, molto forte da un punto di vista psicologico.
L’idea che queste tecnologie diventino degli spazi di transito in cui conta solo il presente, in cui conta solo quello che succede all’interno dello spazio di transito, all’interno dei quali non c’è la possibilità di avere vere relazioni. E qui cosa succede? Che a furia di stare su questi, all’interno di questi non-luoghi digitali, noi perdiamo il senso. Perché siamo lì? Passano le ore.
Siamo delle ore a vedere TikTok, siamo delle ore su Instagram, ma poi alla fine cosa ci rimane? Il problema è che spesso non ci rimane molto da attaccare la nostra memoria autobiografica. Tenendo presente che però questo è solo un pezzo, essere nei luoghi o non esserci fa la differenza. Ma c’è un secondo elemento altrettanto importante, un’altra scoperta non meno importante che è quella dei neuroni specchio.
I neuroni specchio sono più noti di neuroni GPS, stati scoperti da professor Vizzolati, il professor Gallese è probabilmente la persona che ha scritto i più libri divulgativi su questo tema. Cosi sono questi neuroni specchio? Sono dei neuroni che si attivano sia quando io faccio qualcosa, sia quando io vedo un’altra persona che fa la stessa cosa. Tenendo presente che questo non vale solo per le azioni fisiche, ma anche per le emozioni.
Cioè, quando io sperimento un’emozione e vedo un altro che sperimenta la stessa emozione, dentro di me si crea un link diretto che mi fa vivere l’esperienza emotiva dell’altro in maniera intuitiva. Perché io quando vado al cinema piango se vedo un eroe che muore? So benissimo che è un film, so benissimo che non è reale, ma la dimensione intuitiva generata dal collegamento tra i miei neuroni specchio e le emozioni che prova l’attore mi fanno vivere quello che lui prova. È una dimensione intuitiva, non è razionale, non è qualcosa che noi controlliamo, è qualcosa di totalmente automatico.
In pratica attraverso questi neuroni noi siamo in grado di simulare l’esperienza dell’altro. E questa dimensione di simulazione è fondamentale. Noi impariamo a riconoscere le emozioni vedendo le emozioni degli altri.
Noi impariamo a gestire le nostre emozioni vedendo gli altri come gestiscono le proprie. E attraverso l’interazione sociale noi possiamo apprendere, apprendere per l’osservazione, riusciamo a costruire l’empatia, riusciamo a capire la comunicazione non verbale. Ma cosa succede quando i neuroni specchio non funzionano più? Cosa succede quando questi neuroni specchio vengono tolti dall’interazione con l’altro? Uno dei problemi più grossi dietro il cyberbullismo è il fatto che chi è cyberbullo non riesce immediatamente a cogliere la sofferenza dell’altro. Mentre il bullo fisico quando faceva il cattivo vedeva l’altro che soffriva. E il cyberbullo non lo vede, non riesce a sentire il male che l’altro gli fa. E anche in questo caso cosa sappiamo? Sappiamo che nel momento in cui ci spostiamo sul digitale tutto questo non avviene.
Nel mondo dei messaggi online ovviamente non c’è il corto quindi i neuroni specchio non ci sono, ma anche quando siamo su Zoom o su Teams è uguale. Chi ha fatto didattica online sa benissimo che il 90% dei studenti spegnerà la telecamera perché sono a casa in mutande in pigiama e quindi non hanno nessuna voglia di farsi vedere. Ma come faccio io docente a costruire una relazione con uno studente che non vedo nemmeno? È impossibile. È una barzelletta.
Sincronizzazione delle comunità fisiche
Ma la cosa più interessante che le neuroscienze hanno scoperto sono negli ultimi 10 anni quindi è la parte più diciamo nuova della ricerca sulle neuroscienze della ricerca delle neuroscienze sociali è il concetto di sincronizzazione delle comunità fisiche. Cosa aveva intuito un filosofo norveghese Raimo Tuomela? Aveva scoperto, lui aveva suggerito anziché esistessero due tipi di intenzioni.
L’intenzione individuale e l’intenzione collettiva. L’intenzione individuale è io che voglio raggiungere un obiettivo l’intenzione collettiva ci mettiamo insieme con l’obiettivo di raggiungere uno scopo comune. Ecco, quello che lui aveva supposto ed era un concetto inizialmente solamente teorico è che questa dimensione, l’intenzione collettiva fosse significativamente diversa dall’intenzione individuale.
Cioè che per riuscire ad avere un’intenzione collettiva fosse necessario un qualcosa di particolare. Però non aveva capito cosa perché lui era un filosofo e non c’erano degli strumenti che permettessero di studiare questo tipo di cose. Però, diciamo, a partire da una decina di anni, è stata sviluppata una tecnologia particolare che si chiama hyperscanning e che noi abbiamo nei nostri laboratori.
Che cos’è l’hyperscanning? È un insieme di elettroencefalogrammi di gruppo. Cioè in pratica quello che si fa è misurare all’interno di un gruppo di persone cosa succede agli stati elettrici del cervello durante un’interazione. E quello che si è scoperto, grazie a questa tecnologia innovativa, è che in effetti nel momento in cui noi riusciamo a creare questo senso del noi i nostri cervelli si sintonizzano e si sincronizzano.
Se io sono bravo io riesco a spiegarmi in maniera efficace con voi il nostro cervello si sincronizza con il mio e questo crea un effetto gruppo che è maggiore della somma dei singoli cervelli. Questo studio fatto da alcuni colleghi e noi abbiamo fatto un analogo per verificare le differenze tra formazione online e formazione in presenza loro cosa hanno fatto? Invece sono andati in presenza in una classe e per un certo periodo di settimana hanno messo in testa tutti gli studenti della classe per fortuna il loro dirigente scolastico era più comprensivo dei nostri glielo hanno messo per diverse settimane per vedere cosa succedeva nella classe man mano che la classe si conosceva e funzionava e cosa hanno scoperto? Che man mano che la classe cresceva che gli studenti riuscivano in qualche modo a conoscersi meglio a diventare più comprensivi l’uno con l’altro maggiore aumentava la sincronizzazione e questo non solo era un fenomeno biologico ma aveva un effetto sull’efficacia più la classe riusciva a comprendersi più le onde cerebrali si sincronizzavano e più l’efficacia della classe migliorava questo è uno studio incredibile pubblicato su Current Biology uno dei principali riviste scientifiche del settore ma che cos’è l’elemento interessante? allora bisogna capire qual era l’elemento che portava a sincronizzare le onde cerebrali e cosa si sono accorti? che l’elemento più efficace per prevedere la sincronizzazione delle onde cerebrali era l’attenzione condivisa più la classe riusciva a fare attenzione e tutti sulla stessa cosa più aumentava l’efficacia dell’insegnamento perché togliere il cellulare dalla classe può avere un impatto? un’ipotesi che possiamo fare da questo tipo di studi è perché l’attenzione dello studente non è più rivolta sul proprio cellulare ma se il cellulare non c’è più dovrà per forza fare attenzione a quello che gli accadde attorno ovviamente anche questo tipo di processi di sincronizzazione non funziona con la tecnologia qual è l’unico contesto in cui questo tipo di sincronizzazione funziona? soltanto nei videogiochi tridimensionali noi sappiamo che molti ragazzi usano Fortnite e ci passano delle ore e qual è la dimensione interessante di Fortnite? che loro usano come strumento di socializzazione e non si riusciva a capire come mai Fortnite potesse essere un elemento di socializzazione apparentemente perché grazie alla rappresentazione tridimensionale questi ragazzi riescono in qualche modo a sincronizzarsi questo non funziona senza la visualizzazione tridimensionale ci deve essere la percezione dello spazio se no non funziona l’unica tecnologia che permette una sincronizzazione oggi sono tutte le forme di realtà virtuali o ambienti tridimensionali e questo spiega perché tutta una serie di società tecnologiche continuano a investire sulla realtà virtuale anche quando oggi la tecnologia è piuttosto basica e quindi cosa succede veramente nelle comunità digitali? ecco tutti questi meccanismi che la nostra evoluzione ha diciamo sviluppato perché per esempio questi meccanismi i neuroni GPS, i neuroni specchio la sincronizzazione delle onde cerebrali sono fenomeni che dal punto di vista evolutivo sono sviluppati recentemente nell’uomo e che obiettivo hanno questi meccanismi dal punto di vista evolutivo? hanno come obiettivo quello di ridurre la distanza interpersonale cioè entrare in relazione con l’altro è difficile perché l’altro è diverso perché l’altro ha bisogni differenti perché l’altro pensa in modo diverso da me quello che fanno questi meccanismi neurobiologici è quello di permetterci di ridurre le distanze cosa succede se questi meccanismi non ci sono più? che io non riesco a ridurre le distanze che l’altro non è più un noi è un voi o un loro tenere presente che tutto questo meccanismo sta generando dei cambiamenti radicali nel modo con cui ci relazioniamo con l’altro ne discutevamo prima con Marco ma uno dei dati emersi dalle ricerche più recenti per esempio è che le distanze tra uomini e donne sono aumentate significativamente la differenza tra un uomo e una donna della generazione Z è il triplo in termini valoriali tra quelli delle generazioni precedenti quindi vuol dire che se vogliamo incontrare una donna o un uomo con cui riuscire a costruire una relazione è molto più difficile perché sono diversi da noi li percepiamo come diversi da noi.
Comunità online
C’è però un elemento in effetti in alcuni casi noi ci accorgiamo che le comunità nascono anche online com’è possibile se non ci sono questi meccanismi costruire le comunità online? quello che ci spiega diciamo la riflessione sulle comunità digitali adesso vado veloce perché sono arrivato quasi alla fine del mio tempo quello che ci dice sulle comunità digitali che ce ne sono tante è che mentre le comunità fisiche sono comunità di diversi se voi pensate a una classe una classe possono essere persone molto diverse tra di loro e l’effetto della classe era di omogenizzazione aveva un valore di socializzazione per la parte imparare un elemento fondamentale dell’esperienza della classe è quello di permettere ai propri studenti di diventare delle persone di essere membri di un gruppo questo perché grazie a questi meccanismi robilogici anche differenze significative potevano essere ridotte cosa succede online? online invece le comunità sono tutte comunità di uguali siccome io non posso sincronizzarmi siccome mi è difficile riuscire a ridurre la distanza con l’altro se l’altro è diverso da me non ci riesco a stare per cui cosa faccio? cerco e sto online solo con persone che sono uguali a me quindi sì, creo delle comunità online però queste comunità online sono comunità di uguali se voi ci pensate anche un meccanismo come quello della democrazia si basa su questo meccanismo qual è l’idea della democrazia? mettere insieme dei rappresentanti all’interno dello stesso luogo fisico, il Parlamento in cui si possano guardare in faccia in modo tale che anche se le differenze fra di loro sono significative ecco, riusciamo a trovarci e a incontrarci in qualche modo se però i gruppi online sono solo di uguali qual è il problema? i problemi sono due, il primo è che non cambiamo perché il costo del cambiamento è troppo forte se io voglio cambiare vuol dire che non solo cambio io ma devo cambiare anche il gruppo il secondo è che nel momento in cui mi confronto con persone che sono al di fuori del mio gruppo non riesco a farlo perché penso, siccome tutte le persone del mio gruppo sono uguali a me penso che tutti gli altri che siano al di fuori la pensino come noi quando mi accorgo invece che la pensano in maniera diversa non sono più in grado di gestire questa differenza e quindi qual è il paradosso? è quello che dicevamo all’inizio che diceva Francesco all’inizio che nonostante noi siamo connessi abbiamo migliaia, centinaia di connessioni in realtà siamo più soli perché? perché non riusciamo a costruire questo senso del noi che passa attraverso il corpo e quindi delle sette pi che abbiamo visto prima poi chiudo veramente della pediatria il tema del tornare alla fisicità è fondamentale voi ci credete se siete qua se siete qui in questa sala fisicamente e avete voglia di ascoltare un’altra persona che vi racconti qualcosa vuol dire che lo fate quello che dobbiamo fare è farlo fare ai nostri figli fare in modo che questa dimensione del senso del noi non passi soltanto attraverso la tecnologia perché a parte qualche caso raro non avviene ed evitare che si chiudano in comunità di uguali in cui non potranno crescere la sfida nostra come educatori, come genitori è questa riuscire a costruire di nuovo il senso del noi all’interno di una società e di un mondo tecnologico in cui i meccanismi neurobiologici che l’evoluzione ci aveva dati per permetterci di comunicare di stare insieme agli altri in qualche modo vengono indeboliti.
Grazie.
